
©www.zoomedia.it vanna innocenti
25 aprile 2007
Salone dei Cinquecento - Il Ministro per i Rapporti
col Parlamento e
Riforme Istituzionali Vannino Chiti nel discorso del 62° della Liberazione
Italiana
Il testo dell'intervento del Ministro Vannino Chiti
"
Caro Sindaco Domenici, autorità tutte, cari amici dell'ANPI, signore
e signori,
celebrare a Firenze il 25 aprile, data storica della liberazione dal
nazifascimo, vuol dire rievocare tutta la storia del popolo fiorentino,
di una città medaglia
d'oro della Resistenza.
Vuol dire parlare di una storia piena di libertà e
giustizia, storia piena di pensiero democratico; storia piena di uomini
che con il loro impegno e con la loro testimonianza hanno scritto questo
futuro, le sue pagine.
Il 25 aprile è una data cardine, basilare, per l'Italia.
Mai, forse, è stato
detto più volte, la storia ha lasciato a così tante città e
paesi una data unica e legata alle vicende delle singole comunità come
quella del giorno della liberazione dal nazifascismo.
In quel giorno quasi
sempre è un gruppo di partigiani ad annunciare la fine dell'occupazione
nazista, aprendo la strada agli eserciti alleati.
La Liberazione è salutata
dalle grida dei bambini, dal suono delle campane, dalle feste nei paesi,
dallo sventolio di vecchie bandiere.
Da quel giorno e in quel giorno un popolo è diventato cuore di un
nuovo Stato;
principi quali libertà e democrazia sono diventati
patrimonio comune sui quali si è fondata la Costituzione della
nostra Repubblica.
Libertà e democrazia sono intrinsecamente legate.
Libertà richiama
il concetto di democrazia nella sua accezione politica ma anche sociale.
La libertà porta a politiche concrete mirate all'uguaglianza ma
anche alla valorizzazione della persona; alla solidarietà anche
attraverso percorsi improntati a quella che definiamo "fare da sé,
non da soli", la sussidiarietà; alla responsabilità di
partecipare personalmente alla costruzione della società.
La democrazia è il
modello di società non definito ma in una continua evoluzione
che discende dalla libertà umana; si potrebbe dire che è il
modello più umano che è stato inventato per la gestione
del potere.
Mi piace allora ricordare a Firenze, patria dell' Umanesimo,
il coraggio che alcuni secoli fa animò i fiorentini che
irridevano, giocando a palla, i propri assedianti; lo stesso
coraggio e anche molto di più hanno
avuto oltre 60 anni fa tanti fiorentini che, insieme a forze
di liberazione straniere, combatterono per un futuro che forse
non
li avrebbe visti sopravvivere
ma che sarebbe stato l'unico possibile, degno di essere vissuto,
per i loro figli, parenti, amici, concittadini. In quel caso
il nemico non era
neppure da irridere perchè era il presentarsi sulla scena
della storia di un totalitarismo fanatico, crudele, pianificatore
di stermini
e guerre come mai l'uomo aveva potuto immaginare e praticare.
Mai, come allora, tecnologia e scienza furono asservite alle
folli pianificazioni
di massacri e stermini di massa.
Donne e uomini di estrazione
diverse, italiani e stranieri, lottarono per un unico fine: la libertà.
Libertà che è e il valore
discriminante dell'essere persona.
Donne e uomini legati a storie,
culture e ideali politici differenti.
Molti di essi appartenevano ai
partiti e
movimenti comunisti, molti venivano dall'area cattolica,
altri ancora provenivano dal movimento azionista.
Tra questi vorrei ricordare
in particolare Piero
Calamandrei, protagonista fiorentino della lotta al nazifascismo
e Deputato all'Assemblea Costituente del 1946-47, il quale scrisse,
a proposito
della
Resistenza, in uno dei molti discorsi che amava rivolgere
ai giovani:
"la
guerra di liberazione fu, da parte del nostro popolo,
la riscoperta della dignità dell'uomo. Il detto di Beccaria,
secondo cui "non
vi è libertà ogni
qualvolta le leggi permettono che in alcuni eventi l'uomo
cessi d'esser persona e diventi cosa", questa rivendicazione
della dignità dell'uomo
fu come l'epigrammatica definizione di ciò che
nel suo momento più alto
gli era apparsa la Resistenza: rivendicazione della libertà dell'uomo,
persona e non cosa".
Proseguiva Calamandrei "Dietro
ogni articolo della costituzione o giovani, voi dovete
vedere giovani come voi che hanno
dato la vita perchè la libertà e la giustizia
potessero essere scritte su questa carta. Se voi volete
andare in pellegrinaggio
nel luogo
dove è nata la nostra costituzione, andate nelle
montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove
furono imprigionati,
nei campi dove furono
impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare
la libertà e
la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero
perchè lì è nata
la nostra costituzione".
Libertà e giustizia:
radicale è la
lotta per la libertà; radicale è la lotta
per la giustizia; ma ancor più radicale nella
sostanza la lotta per la libertà nella
giustizia, per la giustizia nella libertà.
L'allievo prediletto di Calamandrei è Paolo Barile, un altro fiorentino,
di cui tutti ricordano il ruolo di grande giurista, intellettuale, uomo
delle Istituzioni. A volte si dimentica tuttavia la sua storia di "partigiano
combattente" così definito nel testo di una targa apposta alla
Fortezza da Basso di Firenze in occasione delle belle celebrazioni dei
Sessanta anni dalla Liberazione e a cinque anni dalla scomparsa del Maestro,
che cade il primo di giugno, alla vigilia della Festa della Repubblica.
Quella targa rievoca una vicenda di resistenza, come tante altre ve ne
furono a Firenze.
Barile fu arrestato, nel novembre del 1943, a seguito
di un'azione di cattura promossa dal comandante Mario Carità, dei
reparti speciali della Repubblica sociale, nella quale caddero anche l'avvocato
Adone Zoli con due figli.
I prigionieri furono condotti presso la cosiddetta
Villa Triste dove furono ripetutamente percossi e torturati.
Quindi, l' 8 novembre, trasferiti, per volontà del comando
tedesco, nel carcere militare della Fortezza da Basso. La situazione
precipitò quando,
il primo dicembre, a seguito dell'attentato alla vita
del Tenente Colonnello Gobbi, al servizio dei tedeschi, fu ordinata
dai fascisti la consueta e
terribile rappresaglia del "dieci a uno". Cinque
di questi furono immediatamente fucilati. Persone semplici,
tra cui due operai
di Scandicci.
Gli altri cinque erano i membri del comitato militare
interpartiti: Gritti, Frassineti, Barile, Mastropierro
e Zoli.
Barile non ha mai parlato a fondo di quel drammatico
episodio della sua vita, se non nell'unico caso di un
articolo comparso
pochi
anni dopo
la prigionia nazifascista su Il Ponte del giugno 1945,
dal titolo "Il
ritorno della tortura", in cui egli raccontava,
attraverso al sua esperienza, quanto la malvagità umana
avesse toccato il fondo nell'oppressione nazifascista.
Si legge in un passaggio di quell'articolo: "I tratti
di corda, il fuoco sotto i piedi, i legni sotto le unghie;
le frustate, l'acqua bollente furono applicati anche
qui a Firenze, in Via Bolognese.
Ma la novità saliente in questo campo è costituita
dalle percosse, che non hanno mai fatto parte, come tali,
della tortura ammessa
negli antichi processi. Il che dimostrava, se ve ne fosse
bisogno, quanta parte di sadismo, di brutale malvagità vi
fosse nelle schiere dei nazisti, per i quali il "picchiare" costituiva
una gioia selvaggia".
Dopo la condanna a morte alla
Fortezza, per circostanze storiche oggi non ancora chiarite,
i cinque prigionieri
non furono
mai ceduti dalle
SS tedesche
ai fascisti intenzionati ad ucciderli.
Zoli - ricorda
lo stesso Barile in una intervista del 21 giugno 1996
a Renzo
Cassigoli
- era l'unica
personalità nota
tra i cinque e ciò avrebbe potuto indurre, come
si ritenne in seguito, l'intervento dell'arcivescovo
di Firenze, Cardinale Elia Dalla
Costa.
Non fu certo quella l'unica azione che si ricorda del
Cardinale Dalla Costa nella storia della Resistenza di
Firenze. Quell'uomo
di Chiesa
si adoperò in
tutto l'arco della Seconda guerra mondiale per salvare la sua diocesi dalle
devastazioni belliche e per alleviare le sofferenze della popolazione.
Senza aver timore di andare anche contro alla dittatura in difesa dei diritti
dell'uomo, protesse fuggiaschi e partigiani senza chiedersi da dove venissero.
Per il suo impegno Firenze lo proclamò cittadino onorario.
Tra i
suoi seguaci meritano una speciale menzione i sacerdoti
fiorentini Silvano Piovanelli, Lorenzo
Milani, Danilo Cubatoli,
Ernesto Balducci, Bruno Borghi
e Renzo Rossi che hanno avuto un ruolo importante nella
storia della Chiesa fiorentina del XX secolo attraverso la loro
missione di frontiera rivolta
verso le classi più povere e disagiate delle periferie
e verso i detenuti.
Essi furono portatori di quella cultura pluralista e
universale che attraversa la storia e rappresenta il
modo di essere
di Firenze, la sua vocazione.
La voce politica della loro testimonianza è stata quella
di Giorgio La Pira, di cui proprio quest'anno si celebra il trentesimo
anniversario
della morte.
Anche La Pira partecipò alla lotta
di Resistenza.
Fondò e
diresse a Firenze "Principi", una rivista antifascista
che difendeva il valore della persona umana e della libertà e
che per questo fu soppressa dal regime.
In molte occasioni, del resto, l'impegno intellettuale
si fuse con quello politico nella Resistenza.
Fu, questo,
il
caso,
anche del
segretario provinciale del Psi fiorentino del 1921, Gaetano
Pilati.
Avvicinatosi
al gruppo di
intellettuali antifascisti riuniti intorno al periodico
clandestino "Non
mollare", Pilati, trasferitosi a Firenze da Bologna, si dedicò con
entusiasmo alla diffusione del foglio antifascista.
Nella notte fra il
3 ed il 4 ottobre 1925, fu aggredito nel suo letto e, gravemente ferito,
morì il 7 ottobre, dopo una lunga agonia.
Nel maggio 1927 si svolse
a Chieti il processo ai tre sicari fascisti. Nonostante
i vari tentativi di impedirle di costituirsi parte civile e di
testimoniare al processo,
la vedova Amedea Landi riconobbe in aula gli assassini.
Nonostante ciò,
tutti i colpevoli furono assolti.
Di queste storie fiorentine
e delle tragedie in cui spesso sfociarono, ha parlato per tanti
anni, con scrupolo e
passione, nelle scuole
e nelle Case del Popolo, un grande partigiano fiorentino,
Orazio Barbieri,
parlamentare
del Partito Comunista, a cui mi legano, come tanti di
voi, anche profondi ricordi personali.
Orazio, scomparso
poco
più di un anno fa, il
27 marzo del 2006, lascia alle nostre e alle prossime
generazioni non solo la sua storia personale, ma anche
alcuni preziosi documenti che ha raccolto
nell'Archivio, depositato presso l'Istituto Storico della
Resistenza in Toscana, e che comprende, ovviamente, anche
la sua biografia antifascista.
Una biografia che comincia con l'arresto, nel 1927, per "aver
ricostruito e fatto parte di una sezione del disciolto
Partito comunista", continua
con la sentenza numero 25 del 1930 che lo condanna ad
un anno di reclusione, prosegue con l'attività clandestina
sotto il fascismo e si sviluppa con la guerra di Liberazione
che lo vede, tra l'altro, coinvolto nella
vicenda dei ponti fiorentini fatti saltare dai nazisti,
durante la quale attraversò fortunosamente, con
l'azionista Enrico Fischer, il Corridoio Vasariano per
mettere in contatto il Comitato di Liberazione Nazionale
della città con quello d'Oltr'Arno e con il Comando
inglese.
Storie personali, dunque, che si intrecciano
con la grande storia collettiva della
Resistenza e della Liberazione fino a divenirne parte
integrante, chiave di lettura.
Mai come nella lettura
della guerra di Liberazione è stato
così limpido il rapporto inscindibile tra storie
personali e storie collettive.
D'altro canto la Resistenza, a Firenze, come nel resto
d'Italia, è un
fatto di popolo, che ha coinvolto milioni di persone
in tante diverse forme, prima fra tutte quella del sacrificio
della vita.
L'occupazione dell'Italia
da parte delle truppe naziste e dei reparti militari
della Repubblica sociale italiana tra 1943 e 1945, nell'ultima
fase della seconda guerra mondiale,
ha provocato più di diecimila vittime tra la popolazione civile.
La Toscana è stata purtroppo uno dei territori in
cui l'oppressione e la guerra di Liberazione hanno pagato tra i più alti
sacrifici: le stragi nazifasciste, concentrate soprattutto tra l'aprile
e l'agosto
del 1944, furono più di 280, i comuni interessati
ben 83 e i morti tra i civili furono circa 4.500.
Ho voluto
qui tracciare la mia lettura della Liberazione
Nazionale attraverso la vita e il racconto di alcuni
fiorentini, nella
convinzione che forse,
dopo tanti anni, ormai scoloriti i contorni, le passioni,
le speranze di allora, solo attraverso il racconto delle
persone
e delle loro
vicende sia possibile ricostruire la cornice del dramma
mondiale che portò all'oppressione
di intere popolazioni, alla guerra, all'olocausto.
Ho
parlato di uomini molto distanti tra loro nelle condizioni
sociali, culturali e nelle idee
politiche, eppure accomunati da una potente e coraggiosa
visione dei valori personali e collettivi, da una inesauribile
passione per la libertà contro
ogni oppressione e intolleranza, da una tenace speranza
di vedere la propria città, il proprio Paese liberati
dall'invasore e dalla dittatura.
Le vite, i pensieri,
le azioni di questi uomini sono idealmente e concretamente
confluiti, come un fiume carsico,
negli
articoli della
Carta fondamentale
della Repubblica, la Costituzione
italiana, che proprio
sessanta anni fa l'Assemblea Costituente si apprestava
a redigere.
Anche per questo,
la
commemorazione di oggi assume un significato particolare.
Ci lasciamo alle spalle due anni, il 2005 e il 2006,
nel corso
dei quali abbiamo
celebrato
i Sessanta anni della Liberazione Nazionale, della nascita
della Repubblica e della contestuale elezione dell'Assemblea
Costituente.
Ci apprestiamo
ora - già a partire da questo primo importante
appuntamento - a celebrare la chiusura della fase costituente
con il varo della nuova Carta
fondamentale della Repubblica, approvata il 22 dicembre
1947 e promulgata dal Capo provvisorio dello Stato, Enrico
De Nicola, il 27 dicembre 1947,
per poi entrare in vigore il 1° gennaio 1948.
Riflettere
su tali ricorrenze aiuta a comprendere come la nostra
Costituzione, oggi, sia viva e vitale
proprio perché ha in sé quei valori profondi
che hanno ispirato la guerra di Liberazione ed ha saputo
essere la sintesi mirabile di sensibilità,
culture, ideali appartenenti a partiti e movimenti tra
di loro molto diversi. Anche per questo oggi gli italiani
si riconoscono in essa.
La Costituzione italiana, rappresenta,
come amava ricordare lo stesso Calamandrei, uno degli
esempi più avanzati di Carte fondamentali del
mondo, una scelta a favore della forma di Stato sociale,
tutore dei diritti di libertà e
del pluralismo sociale ed istituzionale, nel quadro di
una forma di governo parlamentare. Tutti elementi sui
quali si realizzò quell'alto "compromesso" tra
le tre grandi correnti ideologiche che animarono lo spirito
Costituente: quella cattolica, quella marxista e quella
che si rifaceva alla tradizione
laico - liberale, alla quale si ispirava anche il Partito
d'Azione. Insomma i pensieri, le idee alle quali si riferiscono
le vite dei fiorentini di
cui ho voluto parlare. Si tratta di un compromesso che,
a tanti anni di distanza appare senza dubbio come il
frutto di un confronto lungimirante
e di ampio respiro, consapevole della responsabilità alta
di determinare le sorti del Paese e non come il risultato
di miopi e strumentali accordi
politici, piegati su di un interesse contingente.
Da
allora, fino ai giorni nostri, la Costituzione italiana
ha vissuto una vita complessa,
segnata
da alterne vicende, che si potrebbe riassumere in due
parole chiave: attuazione e riforma. Ma oggi essa mantiene
ancora intatti i capisaldi
che sono alla
base della nascita della Repubblica.
Tutti voi ricorderete
la grande affluenza di elettori italiani al referendum confermativo sulla
riforma della
Costituzione
dello scorso
anno. Ebbene,
al di là dell'aspetto politico, ciò che
più ha colpito
me, come immagino molti altri concittadini, è il
senso profondo di quel voto che ha respinto una riforma
che puntava a modificare radicalmente
gran parte della Carta repubblicana.
Il senso di una
difesa profonda, reale, convinta della Costituzione,
riconosciuta come il fondamento della coesione
civile del popolo italiano, riconosciuta come strumento
attuale e vivo di difesa dei diritti, delle garanzie,
delle libertà, insieme dei
princìpi sociali, la cui attuazione realizza
una uguaglianza di opportunità nella vita collettiva.
Mi
piace vedere in questa difesa, in questa riaffermazione
della Costituzione un filo conduttore che lega i nostri
giorni a quelli
della Liberazione,
che ha attraversato indenne i periodi più difficili
e bui della storia italiana, così come l'indifferenza
e le paure che sempre di più segnano la modernità e
lo sviluppo dell'Occidente. Con quel voto gli Italiani
hanno dimostrato di essere un popolo vivo, consapevole
della propria storia, dei valori e degli ideali che
li unisce. Oggi, per
fortuna, non abbiamo bisogno di rischiare la vita per
conservare quegli ideali e quei valori, ma ciò non
significa affatto che il nostro compito sia finito.
Il rischio di vedere deperire le nostra Istituzioni
e i nostri modelli sociali e civili è sempre
più alto, a
mano a mano che cresce nella società il senso
di incertezza di fronte a cui parole come egoismo,
protezionismo, indifferenza, intolleranza
suonano
come risposte comode, facili, ma drammaticamente sbagliate.
Noi, oggi, abbiamo bisogno di dare al contrario delle
speranze.
Per questo abbiamo
bisogno della nostra Costituzione.
Talvolta rifletto
sul compito che mi è stato affidato come Ministro
della Repubblica incaricato di occuparmi anche delle
riforme istituzionali.
Così mi capita di pensare che tale
ruolo istituzionale, in verità,
prima ancora che indurmi a elaborare riforme, mi obbliga
al dovere politico e civile di valorizzare ciò che di
più prezioso abbiamo,
poiché non vi è riforma giusta e utile
alla società,
se questa non sappia tradurre in azioni concrete i
valori profondi della Costituzione.
Dunque solo riconoscendo
e attuando la nostra Costituzione
riconosceremo e difenderemo allo stesso tempo la nostra
memoria e il nostro futuro.
Ciò non significa che la Costituzione italiana, per poter custodire
al meglio i valori della Repubblica, affermati, proprio a seguito della
guerra di Liberazione, debba rimanere per sempre nella sua forma originaria.
Il punto è semmai riuscire ad aggiornare alcune sue parti circoscritte
per consentire all'ordinamento giuridico del nostro Paese di adeguarsi
all'evolversi dei modelli sociali, culturali, politici.
Aggiornamento della
Costituzione non significa però stravolgimento del suo impianto,
modifica dei princìpi fondamentali, eliminazione degli istituti
di garanzia.
Per questo il Governo, fin dalla sua nascita, è impegnato
in un difficile e delicato confronto con il Parlamento per operare alcuni
puntuali ritocchi alla Carta della Repubblica e, al contempo, attuarne
quelle parti che ancora oggi sono inattuate.
Pensiamo infatti che sia giunto il momento di riconoscere
ai giovani diciottenni il diritto di voto anche al
Senato della
Repubblica,
come accade per la
Camera dei Deputati.
Allo stesso modo, la Costituzione,
richiede un urgente intervento nella parte in cui riguarda
il bicameralismo
paritario,
oggi
foriero dei principali problemi organizzativi e di
procedura che compromettono pesantemente l'attività del Parlamento. Abbiamo bisogno dunque di
una seconda Camera delle autonomie, nel pieno spirito dell'articolo 114
della Costituzione, nel quale si afferma che tutti i livelli istituzionali,
Stato, regioni, province, città metropolitane, comuni, sono posti
allo stesso piano e costituiscono parte integrante della Repubblica.
Accanto
a ciò, riteniamo inoltre necessario, introdurre
nuovi princìpi
e regole che favoriscano la stabilità e l'autorevolezza
dei governi: si tratta infatti di riconoscere al Presidente
del Consiglio dei Ministri
quei poteri indispensabili affinché l'Esecutivo
nazionale non sia preda di veti incrociati, ricatti,
in un equilibro precario con un
Parlamento
spesso immobilizzato, da un lato, dalla presenza di
maggioranze esigue, dall'altro da un meccanismo legislativo
farraginoso.
Deve essere chiaro, tuttavia, che, accanto
alle riforme
necessarie, si raggiunga contestualmente l'obiettivo
di rafforzare il
sistema di garanzia
dell'ordinamento costituzionale, puntando alla modifica
dell'articolo 138 della Costituzione, riguardante proprio
le procedure
di riforma costituzionale, nel senso di eliminare le
possibilità che in Parlamento una sola
maggioranza possa, con l'arroganza dei numeri, senza
il confronto e l'accordo con le minoranze, mettere
mano alla Carta fondamentale stravolgendone l'impianto
a seconda delle contingenze e delle necessità politiche.
Ma
difendere la Costituzione, come ho detto, vuol dire
anche attuarne quelle parti - ve ne sono molte - che
ancora oggi
sono solo scritte
sulla carta.
Vorrei qui ricordarne solo due, la cui natura si lega
in un certo senso allo spirito e ai valori della Liberazione.
Anzitutto
l'articolo
49
della Costituzione, relativo ai partiti politici, nel
quale
si riconosce a "tutti
i cittadini [...] il diritto di associarsi liberamente
in partiti per concorrere con metodo democratico a
determinare la politica nazionle".
Ebbene
questo diritto ha come premessa la presenza di leggi
e regole chiare che scandiscano la vita interna dei
partiti, sia sotto il profilo della democrazia
interna e della partecipazione, che dal punto di vista
della gestione economico-finanziaria, visto che nel
nostro Paese la politica è sostenuta anche con
forme di finanziamento pubblico.
Un secondo principio
della Costituzione, legato al precedente, che richiede
urgente attuazione è quello contenuto nell'articolo
51 della Costituzione, relativo alle pari opportunità dei
cittadini dell'uno e dell'altro sesso, di accedere
alle cariche elettive, a tutti i livelli istituzionali,
dai Comuni al Parlamento.
Non è accettabile
che ancora oggi, a distanza di sessant'anni dalla nascita
della Costituzione, questo principio non
solo rimanga inattuato, ma indichi un primato negativo
del nostro Paese, per il quale la presenza di donne
nelle Istituzioni è tanto marginale
da stridere drammaticamente con il ruolo che oggi esse
stanno acquisendo nella società. Anche il perseguimento
di questo obiettivo, sono convinto, rappresenta un
modo concreto per far vivere gli ideali conquistati
con la Liberazione e con la nascita della Repubblica.
Sulla
tomba di Renato Ciandri, un giovane volterrano, di
stanza a Pontassieve, la cui storia di partigiano
fu restituita
e
rivista in chiave romanzesca
dal noto libro di Carlo Cassola, "La ragazza di
Bube", si vede
la foto del Bube con i suoi baffi e il fazzoletto rosso
al collo e, accanto, una lapide con una citazione di
Bertold Brecht: "E voi imparate che
occorre vedere e non guardare in aria, occorre agire
e non parlare, questo mostro stava una volta per governare
il mondo, i popoli lo spensero, ma
ora non cantiamo vittoria troppo presto, il grembo
da cui nacque è ancora
fecondo".
Questa la lezione di un grande uomo di
teatro e di cultura a chi, oggi, ha il compito non
solo di non
dimenticare,
ma di agire.
Agire
significa
far conoscere a fondo a tutti i cittadini il valore
della Liberazione e del legame con la nostra Costituzione
repubblicana.
Significa
rispettare e far vivere ogni giorno i princìpi
in essa contenuti, come quelli della centralità del
lavoro, dell'eguaglianza, delle libertà fondamentali
personali, economiche e sociali, dello sviluppo della
cultura, della legalità,
dell'autonomia della magistratura, della separazione
dei poteri.
Si tratta di principi tutt'altro che astratti,
che rispondono all'idea repubblicana
alla base del nostro Paese e che toccano negli aspetti
più profondi
il nostro quotidiano, la sfera personale e collettiva
che ci riguarda.
Se saremo rispettosi di tutto ciò terremo
lontano senza alcun dubbio ogni totalitarismo ed ogni
negazione dei diritti dell'uomo, non solo nel
nostro Paese, ma in molti altri continenti dove - non
dimentichiamolo mai - questa prospettiva è ancora
una realtà".
62° Anniversario della
Liberazione Italiana: 25 Aprile 2007
Piazza dell'Unità - Palazzo
Vecchio - Memorie - Musica

Firenze,
25 Aprile 2006, 61° Liberazione Italiana : Programma,
immagini
in piazza dell'Unità Italiana,
del corteo,
in palazzo Vecchio e orazione
ufficiale di Miriam Mafai