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www.zoomedia.it - G. B. Gardin “Reportage in Sardegna 1968-2006”
Gianni Berengo Gardin “Reportage
in Sardegna 1968-2006”
Dal 14 giugno 2007 al
Teatro Lirico di Cagliari, Fondazione Al Teatro Lirico, la mostra fotografica
di
Gianni Berengo Gardin “Reportage in Sardegna
1968-2006”.
Le immagini di un’isola sospesa nel tempo,
gli sguardi in bianco e nero tra realtà e memoria, un viaggio
nel lavoro del grande fotografo Gianni Berengo Gardin, che sarà possibile
visitare fino al 26 luglio 2007 nel foyer di platea
del Teatro
Lirico con apertura dal martedì al venerdì dalle
10 alle14, e dalle 18 alle 20, il sabato: dalle 10 alle 14, con chiusura
domenica, lunedì e festivi.
La mostra nasce dal libro omonimo di Gianni Berengo Gardin, è stata curata
da Imago Multimedia
con il coordinamento di Luca Sorrentino e propone una cinquantina di pannelli
fotografici.
Gianni Berengo Gardin, fotografo
tra i più apprezzati nel panorama
internazionale, ha cominciato
il suo lavoro fotografico sulla Sardegna già negli anni ’50,
nasce dalla verità documentaristica, che nella fotografia trova
lo spessore di una continua poesia, “interpretata” dalla gente
comune. Sono volti, sorrisi, persone, gesti. Calati in momenti del quotidiano,
nei tempi del lavoro, nei riti della festa. Il fotografo ligure ha approfondito
il suo reportage sardo alla fine degli anni ’60, e nel 2006 è tornato
nell’isola per rileggere con il suo obiettivo nuovi dettagli, ritratti,
espressioni.
Forse è troppo bella per lasciarsi guardare, la
donna di Desulo mentre trascina decisa l’asino carico di cose di
casa. E basta un riflesso della mano per coprire il volto, per difendere
la propria
identità. Invece, penetrante come una lama ben temprata, lo
sguardo della vedova di Lula si offre al fotografo per imporre la sua
figura antica.
L’epica dell’identità sarda rimanda al tempo antico,
lontano fin nella preistoria, per ritrovare le origini intatte di un
popolo che ha resistito per millenni a ogni contaminazione etnica e
culturale
conservando storie e tradizioni che ancora si possono osservare allo
stato di natura. Segrete corrispondenze suscitano le foto di Gianni
Berengo Gardin:
i tre pastori della Marmilla piantati nella terra fin dalla preistoria
rimandano ai bétili mammelluti di “Tamuli”, come
la circolarità della Tomba dei giganti di “Coddu Ecciu” parla
la stessa lingua del “ballu tundu” campestre a Lula. L’identità in
Sardegna è una coscienza infelice. Lacerata. Segreta. Incompiuta.
Antica.
Berengo Gardin e la vita quotidiana
Afferma che non smetterebbe
mai di fare il fotografo per nessuna ragione al mondo. Perché crede
di avercela nel sangue, la fotografia. Gli piace molto anche il rapporto
con la terra. Zappare la terra, lavorarla e prendersene cura con lavori
manuali. Forse perché incomincia ad essere non più tanto
giovane e così gli piace fare quelle cose che prima ha trascurato.
Qualche volta si domanda se non ho sbagliato tutto nella vita. “Oggi
abbiamo tutti la mania di voler accelerare la nostra vita, correndo dietro
a mille cose, e perdendo il senso della pacatezza e della ponderazione”.
Uno, dieci centomila sono i rimpianti di una vita. Avrebbe voluto fare
tante cose in fotografia che non è riuscito a fare. Avrebbe voluto
fare dei reportages veri, non dei mezzi reportages... in economia. E ha
grande invidia per quello che fa Salgado (ancora lui!!). Messaggi da dare
nel secondo millennio? In un mondo che diventa sempre più elettronico,
con il dilagare di internet, Berengo Gardin si dedica sempre di più a
diventare un contadino, andare a lavorare la terra e piantare bei alberi
di limone che gli danno molta più soddisfazione che stare davanti
ad uno schermo di vetro.
Tecnica e stile
Immagini che scavano nel passato. E frugano
nelle tasche dei ricordi. Composte, equilibrate, belle. Berengo Gardin
non è mai banale. Non fa uso di filtri e di procedimenti chimici
deformanti in fase di sviluppo e stampa. Le sue fotografie sono apparentemente
semplici, prive di qualunque artificio. La loro forza espressiva deriva
invece dalla composizione severa, dall’attenta presenza di corpi
liberi, dalle prospettive scomposte e ricostruite come se linee e vie di
fuga fossero piccoli mattoncini a incastro. Racconta con fedeltà e
senza mai peccare di presunzione. Le sue composizioni del reportages in
Sardegna assecondano l’andamento della terra e i gesti dei pastori,
mentre le sue visioni ci restituiscono l’altra faccia della verità sociale
del tempo. È facile vederlo in giro, mentre passeggia in manifestazioni
di fotografia. La macchina sempre in spalla, gli occhi piccoli ed attenti,
un fare discreto di chi, per professione e per carattere, ha imparato a “non
dare nell'occhio”.

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